DA FIRENZE A SINGAPORE OVERLAND

6691
0
Condividi:

«Ne vale la pena. Ne vale veramente la pena». Una frase detta con gli occhi che brillano. E il sorriso di chi prova un’emozione ineffabile. 4 mesi di viaggio. Più di 30.000 chilometri percorsi. Una sola auto con due passeggeri. Un sogno che si è realizzato. Il sogno si chiama “ From Florence to Singapore Overland ” e raccontarcelo sono i protagonisti Cesare e Michele.

firenze a singapore. Singapore Overland

La scritta Firenze a Singapore a Kasudasi in Turchia. Singapore Overland

IL SOGNO

Entrambi classe 1992, fiorentini e neolaureati alla European School of Economics: Cesare Poccianti e Michele Sabatini hanno iniziato più di un anno fa a progettare il viaggio di laurea. Ma si sono da subito resi conto che le destinazioni più popolari non facevano per loro.

«Volevamo qualcosa di strepitoso» raccontano i due ragazzi, tornati a Firenze da pochissimi giorni al momento della nostra intervista. «Abbiamo messo giù alcune mete inusuali e paesi che volevamo visitare. Sono usciti nomi come Iran, Birmania, Turkmenistan. Posti dove la maggior parte dei ragazzi della nostra età non vorrebbe mai andare. E ad un certo punto ci siamo domandati: qual è il punto più lontano raggiungibile in auto? Le alternative erano i confini orientali della Russia…e Singapore».

L’impresa ha preso ispirazione dal primo Overland della storia, l’ “Oxford & Cambridge Far Eastern Expedition”. Ovvero la spedizione che nel 1955 vide sei ragazzi inglesi appena laureati compiere in più di un anno un tragitto come quello di Cesare e Michele.

firenze a singapore. Singapore Overland

Il percorso da Firenze a Singapore. Singapore Overland

L’ORGANIZZAZIONE DEL VIAGGIO

I preparativi necessari per un viaggio simile non si possono contare. Il tutto doveva reggersi su due pilastri: la macchina e i guidatori.

«È stato ovvio sceglierci a vicenda per questa esperienza» dice Michele. «Io amo i viaggi, lui ama i viaggi. Io sono appassionato di auto e un po’ me ne intendo: mio padre ha fatto in passato dei viaggi simili in Africa e li fa ancora».

«Lui era l’unico col quale avrei potuto fare questo viaggio» aggiunge Cesare. «Tanti nostri compagni si entusiasmavano ma poi sparivano. Oppure dicevano “sì, ma questa cosa non la voglio fare” o “in questo posto non ci andrei mai”».

Il Land Rover Defender 110 HT, auto storica per i grandi spostamenti into the wild, è invece quello del padre di Michele.

firenze a singapore

Lago Karakol, Cina (lungo la Karakorum Highway)

«Eravamo veramente tesi a dirlo a mio padre. Una sera, a cena, abbiamo aspettato che mia madre fosse andata via e poi glielo abbiamo detto. “Vorremmo usare la macchina che hai appena comprato per fare un viaggio” “Bravi, e dove volete andare?” Un silenzio tesissimo da parte nostra, e poi: ”Singapore”. Lui è esploso dall’entusiasmo. Non ci saremmo mai immaginati che avrebbe potuto essere anche più eccitato di noi. Da quel momento è stato il nostro più grande supporter».

E trovare altrove l’adeguato supporto non è stato affatto facile.

TUTTI PER UNO. UNO PER TUTTI. 

«Nessuno ci ha incoraggiati, tutti ci deridevano o cercavano di persuaderci a non farlo» dice Cesare. «Un organizzatore di spedizioni simili alla nostra è stato gentilissimo, ma ci ha fatto un preventivo esorbitante, dicendoci che non avremmo mai trovato gli sponsor. Un imprenditore fiorentino di cui non faremo il nome ci ha detto che, se avessimo trovato il modo per fare una cosa simile gratis, avremmo dovuto dirglielo: così poteva andare in vacanza pure lui a costo zero».

«Gli unici a credere nel progetto sono stati gli organizzatori di un raduno Land Rover presso Il Ciocco, in Garfagnana. Eravamo andati a parlargliene portando l’auto, e ci hanno detto “Sì, ma servirebbe il modello precedente, con meno parti elettroniche. Se volete usare queste dovete fare delle modifiche mirate”».

Ed è qui che sono entrati in gioco i primi sponsor: Autoaccessorio Fiorentino e Autorimessa Cairoli. Il mezzo doveva essere perfetto.

firenze a singapore

Arrivo alla Marina di Singapore

«La macchina è l’unica cosa che non ci ha mai abbandonati, e se lo avesse fatto sarebbe stata la fine. L’abbiamo coccolata, cambiato i filtri spesso perché non sai mai che gasolio ti capita, fatto i cambi olio in anticipo…».

Dal sogno. Alle mappe. Alla creazione di un efficace home team. Alle telefonate per ottenere centinaia di pagine di permessi dalle ambasciate di tutti e 28 i paesi da attraversare. Alla fine il momento di partire è arrivato davvero, ma le insidie erano appena iniziate.

GLI INTOPPI DEL VIAGGIO

«Tutto quello che poteva andare storto al momento sbagliato lo ha fatto». dice Cesare. «Dopo poche settimane la compagnia telefonica con cui avevamo un contratto specifico ci ha abbandonati. Per fortuna siamo riusciti a trovare una connessione wifi praticamente ovunque. Anche perché l’unico altro mezzo di comunicazione era un dispositivo collegato al satellite per mandare pochi semplici messaggi: stiamo bene e ci siamo accampati, sos veniteci a prendere, veniteci a prendere ma non c’è pericolo, stiamo riparando».

firenze a singapore

Lago Inle, Myanmar

«La cosa positiva è che ogni volta che c’è stato un intoppo ce la siamo sempre cavata con la migliore via d’uscita per limitare i danni» interviene Michele. «In Grecia, ad esempio, siamo stati soccorsi da un uomo con un trattore, l’unica persona nel raggio di chilometri, perché rimasti malamente insabbiati. In Nepal invece abbiamo avuto uno dei momenti più difficili. Era uno stato cruciale da attraversare, ma arrivati alla dogana ci hanno detto che esiste una legge che impedisce agli stranieri di importare il proprio veicolo e guidarlo entro i confini nepalesi. In quel caso il team italiano è stato essenziale: hanno contattato un’agenzia e tramite di essa siamo riusciti ad entrare. Ma ad una condizione: essere scortati tutto il tempo, compresi i momenti in cui mangiavamo al ristorante o dormivamo in albergo».

Non che ristoranti e alberghi fossero la routine.

LA VITA IN AUTO

«La macchina era attrezzata con tenda air camping e fornelli da campo, più alcuni scomparti per i viveri» spiega Cesare. «Devo dire che nella maggior parte dei casi sono bastati; ma una notte ci siamo trovati bloccati su un valico a 3.600 metri di altitudine. Il Tourugart Pass in Kyrgyzstan. Fuori meno 10, dentro alla tenda appena zero gradi. Michele era stato furbo, aveva un sacco a pelo in piume d’oca, ma il mio non era affatto adatto. Per fortuna che un camionista ci aveva offerto la cena al caldo nel suo mezzo».

firenze a singapore

Registon di Samarcanda

LO SPACCATO UMANO

La possibilità di entrare in contatto con un enorme spaccato di umanità era proprio una delle prime motivazioni che aveva spinto i due ragazzi a partire. E non sono rimasti delusi.

«Abbiamo incontrata una miriade di persone e personaggi» racconta Cesare. «In Medio Oriente ci siamo fermati sul ciglio di una strada ad aspettare un ragazzo a cavallo di un mezzo bizzarro per capire quali fossero le sue intenzioni; era un ventenne che stava facendo il giro del mondo in mono ciclo. In Cambogia due settantenni francesi ci hanno detto che facevano da tutta la vita esattamente ciò che stavamo facendo noi. E parlavano solo francese».

«Dal momento in cui siamo partiti tutti quelli che abbiamo incontrato ci hanno incoraggiati, e nessuno è stato inospitale» spiega Michele. «Quando dovevamo fermarci ad una dogana per qualche giorno per dei documenti mancanti venivamo trattati come se fossimo del posto. Perfino i talebani in Pakistan ci hanno invitati a bere il tè». «Sì, anche se passando in un villaggio di fondamentalisti abbiamo vissuto dei momenti non piacevoli» aggiunge Cesare. «Fra un check point e l’altro viaggiavamo con una scorta armata, e ad un tratto siamo rimasti bloccati nel traffico nel centro di un villaggio. Per un attimo chiunque fosse per strada si è bloccato in qualsiasi cosa stesse facendo e ci ha fissati. Lì ho pensato: “In che razza di situazione ci siamo cacciati?”».

firenze a singapore

Scorta armata in Pakistan nei pressi di Sazin

NON È COME SEMBRA 

Ma l’episodio che li ha quasi convinti che il viaggio non sarebbe stato portato a compimento è un altro.

«In Laos abbiamo fatto una gita di due giorni su un’isola, lasciando l’auto ad un distributore, con le dovute raccomandazioni al proprietario. Al ritorno la macchina non c’era. Li abbiamo pensato “è finita, non ce l’abbiamo fatta”. Guardando bene l’abbiamo vista nascosta poco più in là fra degli alberi. Ci siamo avvicinati: il finestrino era rotto e mancavano tutti gli oggetti di valore, ma solo sulla parte anteriore, il che ci è sembrato strano. Abbiamo iniziato a chiedere notizie in giro, ma nessuno parlava inglese o sembrava capire.

Arrabbiati, abbiamo intimato al proprietario del distributore di chiamare la polizia. Quando sono arrivati, ecco cosa ci hanno raccontato: la sera prima, dall’altro lato della strada, c’era stato un bruttissimo incendio, e i soccorsi erano arrivati con tre ore di ritardo. Le fiamme avevano rischiato di arrivare al distributore, e a quel punto chissà cosa sarebbe successo. I poliziotti, per salvare la macchina, avevano rotto il vetro, tolto il freno a mano e l’avevano spinta lontano. Avevano anche preso tutti gli oggetti di valore per metterli al sicuro. Alla fine ci hanno portato alla caserma e ci hanno reso tutto, perfettamente catalogato, e ci hanno pure offerto i festeggiamenti del caso».

SINGAPORE OVERLAND

Viene spontaneo a questo punto chiedersi quali siano stati i luoghi che i due ragazzi hanno preferito e quali invece li hanno delusi. La risposta non è scontata.

«Non ci sono posti migliori o peggiori, ogni luogo ha le sue parti belle e meno belle». dice Michele. «Le strade più rinomate del Pakistan sono allucinanti: sterrati disconnessi all’inverosimile, col rischio di massi caduti a bloccare il passaggio. Eppure i suoi paesaggi ci hanno lasciati senza fiato. Il Turkmenistan invece è vuoto. Chilometri di nulla e poi di colpo incontri una città futuristica praticamente disabitata. Ma anche lì c’è un angolo di bellezza: la “porta dell’inferno”, un immenso cratere nel deserto con fiamme perenni all’interno causate da una fuga di gas naturale. Stai per un po’ ad osservarlo e percepisci il senso del sublime».

«Ogni volta che visitavamo un posto» .aggiunge Cesare. «poi ci divertivamo a speculare su cosa avremmo fatto se ci avessimo vissuto, quale vita, quale lavoro».

L’AMICIZIA

Gli argomenti di conversazione certo non mancavano durante il tragitto, ma la convivenza a così stretto contatto per un periodo così prolungato avrebbe potuto risultare problematica.

«I nostri amici scommettevano su chi dei due sarebbe stato il primo a mandare l’altro a quel paese. E invece non abbiamo litigato. Ci siamo solo insultati pesantemente qualche volta» scherza Cesare. «Avevamo chiaro di dover passare 4 mesi confinati insieme: o in tenda o in macchina, che poi sarebbe una scatola metallica. Alla fine non siamo stati separati per più di 8 ore in 4 mesi».

Più di 120 giorni insieme. L’ennesima avventura a due passi dall’arrivo: dei documenti mancanti proprio alla dogana di Singapore, a pochissime ore dalla consegna dell’auto allo shipper per il rientro in patria. Una “vacanza” alle Filippine per festeggiare il capodanno e poi, finalmente, di nuovo a casa. Tornare alla vita di tutti i giorni dopo un’esperienza simile non è cosa facile.

Ma l’Italia è sempre stata l’ultima meta desiderata

firenze a singapore

Veduta della Cappadocia in Turchia dalla mongolfiera

«Non c’è mai stato un momento in cui abbiamo pensato “ecco, potrei rimanere qui”. Tornare in Italia è sempre stato scontato» riflette Michele. «Sembrerà un cliché, ma abbiamo assaggiato cibi di tutti i tipi: dal serpente, allo squalo, alle rane. Piatti anche molto buoni. Ma la cucina italiana è una delle cose che ci è mancata di più. E poi con un’esperienza così si apprezza di più la bellezza che abbiamo a casa».

Anche se i progetti di vita rimangono quelli classici di due ragazzi neolaureati (iniziare a lavorare nel proprio settore di studi) la voglia di percorrere nuovi itinerari è innegabile. Magari con un tour dell’Africa o del Sud America, o addirittura con un giro del mondo in barca a vela.

«È incredibile come mentre sei in viaggio stai già sognando e programmando quelli futuri».

Condividi: