JUSTIN RANDOLPH THOMPSON RACCONTA IL BLACK HISTORY MONTH FLORENCE

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A Firenze fervono i preparativi in vista del Black History Month Florence (BHMF), manifestazione che coinvolgerà varie istituzioni cittadine e che quest’anno giunge alla sua seconda edizione. Quarantadue i partner coinvolti, fra i quali spiccano grandi nomi della scena artistica e culturale fiorentina. Ben cinquantuno gli eventi in programma, spalmati lungo tutto il mese di febbraio. Conferenze, mostre d’arte, proiezioni di film, letture di libri, eventi enogastronomici, concerti e spettacoli si dirameranno dal centro storico, culla del Rinascimento, fino alla periferia, coinvolgendo l’intera cittadina in una vasta rete di spazi culturali della più varia natura. Ne parliamo con il direttore e co-fondatore Justin Randolph Thompson.

All’indomani dell’inaugurazione della sua mostra The Crisis of Black Intellect in corso a Palazzo Jules Maidoff (sede dello Studio Arts College International, istituto universitario statunitense, sita in via Sant’Egidio) fino al 28 gennaio prossimo, incontriamo Justin Randolph Thompson. Artista afroamericano specializzato in new media e installazioni scultoree, insignito del 2013 Louis Comfort Tiffany Award e del 2013 Visual Art Grant dalla Fundacion Marcelino Botin, ha esposto in spazi di livello fra Europa e Stati Uniti, fra i quali il Whitney Museum of American Art, l’American Academy in Rome e il Reina Sofia.

The Crisis of Black Intellect

Ci sediamo a terra, gambe incrociate e ritmi black in sottofondo, sonorità provenienti dall’installazione che ci circonda. Una personale che ha lo scopo di raccogliere fondi per il prossimo BHMF, ma anche di introdurre i cittadini e turisti di Firenze alle tematiche che saranno affrontate nel corso di quell’iniziativa. Il titolo, The Crisis of Black Intellect, è collegato alle ricerche sociologiche sviluppatesi parallelamente alla lotta per la rivendicazione dei diritti civili delle comunità africane migrate negli Stati Uniti e in tutto l’occidente. Attinge alla reinterpretazione di alcuni testi di Derek Walcott dedicati al rapporto tra l’Enea di Virgilio e il padre Anchise; nonché al classico di Harold Cruz del 1967 da cui riprende il titolo.

La mostra consiste di un’installazione sonorizzata progettata e realizzata per l’occasione, che indaga le carenze dell’intellettualità nella cultura black attraverso un’analisi metaforica della paternità. Obiettivo della denuncia è il mancato aggancio degli intellettuali alla realtà, nonché la mancanza stessa di personalità intellettuali di spicco alla guida delle comunità africane disseminate nei vari continenti. Di fronte all’incendio che distrugge Troia, Enea è costretto a caricare sulle spalle il vecchio e reticente padre Anchise, salvandolo anche contro la sua volontà. Le tele intorno a noi riportano tutte questa scena, su supporti che più classici non si può, in apparenza.

In realtà si tratta al contempo di armadi al cui interno qualcuno ha riposto tute da lavoro di un arancione sgargiante; nonché diffusori della musica scelta per l’installazione, un remix in tinte afro della celeberrima aria “O patria mia” dell’Aida. I dipinti inoltre non sono realizzati con tinture classiche, bensì con comunissima tinta da scarpe.

L’arte di Justin

L’arte di Justin, come lui stesso ci spiega introducendoci al suo lavoro, è un’arte che aspira a svolgere una funzione; niente a che vedere con certo vuoto formalismo, pur tecnicamente sofisticato. La tradizionale pittura ad olio non è utile al suo messaggio, vibrante di speranza, anelito di un futuro diverso da quello che la realtà lascia presagire; un futuro di integrazione pacifica, in cui il contributo della comunità di colore allo sviluppo della società sarà finalmente riconosciuto. Ecco perché anni or sono ha abbandonato le tecniche tradizionali per dedicarsi a sculture e performance di varia natura.

La scultura che occupa il centro della sala è stata ottenuta tramite l’assemblaggio di vari oggetti dall’alto valore simbolico. Una Lap Steel, chitarra classica della tradizione spiritual; un tamburo; un giubbotto antiproiettile in tessuto patchwork che ricorda le trapunte delle nonne afroamericane – tanto variopinte da sembrare colorate anche nei vecchi film in bianco e nero. L’intento è contestare l’immagine carica di negatività dietro cui si è trincerata, spesso semplicemente per difesa, la minoranza black – si pensi a figure della scena hip hop quali quella del duro per eccellenza, 50cent.

Le origini

Nato nel 1979 nello stato di New York e cresciuto in giro per gli States, Justin conosce il nostro paese per la prima volta a vent’anni, quando arriva a Firenze per studiare in quella scuola Lorenzo de’ Medici in cui adesso è insegnante (ruolo che ricopre anche alla NY University in Florence e alla S. Reparata). La passione per l’arte lo caratterizza da che ha memoria: “verso i 12 anni, in un campo californiano, servendomi dei giunchi altissimi che mi circondavano creai una cupola, una sorta di abitazione. Mi piace ricordarla come il mio primo “esperimento artistico”, insieme ad un’armatura ispirata al Robocob dei cartoni realizzata in tegole di legno e fil di ferro, che realizzai e indossai personalmente“.

Fin da piccolo è affascinato dalle trapunte multicolori alla cui creazione si dedicano le donne di famiglia; instaura inoltre un legame speciale con il nonno materno, da cui prende il secondo nome Randolph. Una figura che gli sarà enormemente d’ispirazione nelle sue ricerche.

Il nonno

Aviatore nelle fila del Tuskegee Armen, reparto di piloti da bombardamento destinato a soli uomini di colore attivo durante il secondo conflitto mondiale e a cui aderirono moltissimi soldati spinti dal desiderio di contrastare la discriminazione razziale, combatté anche in Italia. Del resto, la madre dell’aviatore Randolph era italiana di origini parmensi, immigrata e adottata negli USA da una famiglia afroamericana. Ma torniamo all’amato nonno.

Dopo la guerra, lavorò per la bianchissima University of Massachusetts, e arrivò addirittura a ricoprirvi un ruolo prossimo al nostro rettorato. La stessa università nel 1908 aveva conferito un dottorato onorario a W.E.B. Du Bois, scrittore che firmò documenti di primaria importanza per la sociologia afroamericana. Negli anni ’50, forte del prestigio ormai guadagnatosi a livello accademico, conferì vari incarichi a famosi jazzisti afroamericani presso l’università, così da permetter loro di continuare a fare musica senza dover più vivere più di stenti. Una figura dunque di fondamentale ispirazione per Justin.

Dopo quel primo viaggio a Firenze, Justin torna negli USA e porta a compimento un iter di studi artistici che lo porterà prima alla University of Tennessee, poi allo Skidmore College e infine al Chicago Art Institute.

Perché proprio Firenze?

Perché desideravo perfezionare le mie conoscenze tecniche e pratiche, così scelsi la Lorenzo de’ Medici. Il primo soggiorno qua mi ha cambiato. Conobbi mia moglie, adesso abbiamo una famiglia. Da sedici anni ormai vivo e lavoro qui. Tornai in Tennessee per completare i miei studi, e non furono accolti con entusiasmo i cambiamenti che il soggiorno qua aveva comportato. Anzi: addirittura mi furono tolti dei crediti formativi. Ma non mi diedi per vinto. Realizzai un’installazione col preciso intento di dimostrare quanto valevo, e finii per laurearmi come migliore del mio corso e vincere una borsa di studio del dipartimento di antropologia. Feci ritorno in Italia, per un Master alla ex American University con sede tra Roma e Corciano, paesino di 100 anime in provincia di Perugia. Fu un modo efficacissimo di entrare in contatto con entrambe le nature di quest’Italia tanto ricca di contrasti. Qua cominciai anche ad insegnare.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento, le tue ispirazioni?

Posso citare fra gli altri José Maria Sert, artista originario di Barcellona. Il suo modo di lavorare è affine al mio, in ragione del messaggio ambiguo ed enigmatico delle sue opere. Non si riesce mai ad addivenire ad un’interpretazione univoca del messaggio che vuole trasmettere. Ma anche Paul Robeson, cantante attivista afroamericano studente di Du Bois. Girava il mondo criticando lo status quo, convinto che gli artisti dovessero impegnarsi attivamente in campo sociale. O ancora Langston Hughes, poeta e drammaturgo impegnato nelle fila dell’Harlem Renaissance, movimento culturale sviluppatosi a partire dagli anni ’20 con l’obiettivo di far luce sul contributo peculiare della comunità afro allo sviluppo della cultura dell’intero paese.

Fra i miei insegnanti ricordo con particolare riconoscenza Kevin Jerome Everson, regista che mi ha insegnato a puntare tutto sul contenuto delle mie opere, sul messaggio da trasmettere – ché qualsiasi tecnica senza quello è del tutto inutile. Ancora, Theaster Gates, con la sua visione dell’arte totalizzante, per la quale l’artista ha la possibilità di creare intorno a sé la realtà che desidera; un messaggio di profonda responsabilizzazione, esaltante ma anche degno di riflessione attenta.

Parlaci del Black History Month: delle origini, della storia, della situazione attuale.

La storia del Black History Month si fa risalire all’operato di Carter G. Woodson, considerato in certo modo padre della black history. Storico e giornalista vissuto a cavallo tra 19esimo e 20esimo secolo, nel 1926 si fece promotore della Negro History Week, settimana di febbraio dedicata da quell’anno in avanti a celebrare vari aspetti della cultura afroamericana. Nel 1976 fu ufficialmente riconosciuta da parte del governo statunitense l’espansione delle stesse celebrazioni all’intero mese di febbraio. Così nacque il Black History Month. Attualmente la stessa ricorrenza ha preso piede anche in Canada, e dal 1987 ad ottobre nel Regno Unito; ad Amburgo la comunità nera si sta muovendo per organizzarla anche in Germania.

Com’è nata l’idea di portarlo in Italia? E in che modo può aver senso in una realtà tanto diversa da quella statunitense?

Nel 2015 qua a Firenze la New York University organizzò una conferenza dal titolo Black Portraits, ed io fui chiamato a partecipare come relatore e a dare il mio contributo come artista. Fu allora che col mio amico musicista Dre Love abbiamo pensato di organizzare un intero mese di eventi dedicati alla storia afro a misura di Italia. E proprio qua, a Firenze. Nell’idea iniziale si trattava di soli 4 eventi; in realtà la prima edizione, nel febbraio dello scorso anno, ne ha contati ben 19, grazie anche ai numerosi partner che hanno aderito all’iniziativa. La città da parte sua ha risposto magnificamente, partecipando numerosa oltre ogni più rosea aspettativa. L’arte è una riflessione su ciò che è stato, condotta in vista di ciò che sarà, è commemorazione e insieme predizione. Gli artisti hanno la possibilità impagabile di cambiare le cose e dirigere le sorti del futuro.

Il messaggio che voglio trasmettere è ovviamente la mia speranza e fiducia in un’integrazione autentica dei figli della diaspora africana con il resto della popolazione italiana. Un’integrazione assolutamente possibile, se si comprende che la cultura afro è bene comune, anche di chi non vanta ascendenze africane. Si tratterà anche quest’anno di un’esplorazione multiforme e inter-istituzionale delle culture originatesi a partire dalla diaspora africana. Un modo di riflettere sulla sua storia e sul suo ruolo nel panorama artistico contemporaneo della città di Firenze.

Tantissimi eventi e diversificati, correlati tematicamente in un unico quadro concettuale alla cui definizione sono chiamate a partecipare in corso d’opera le varie realtà e comunità coinvolte. Attingendo ai cinquant’anni di tradizione statunitense del Black History Month, nonché ai trent’anni della ricorrenza nel Regno Unito, l’intento principale è far luce e celebrare il contributo allo sviluppo culturale del paese apportato dai protagonisti della diaspora africana. Contrariamente a quanto siamo usi pensare, qua in Italia si tratta di una storia tutt’altro che recente.

Riflettiamo un istante: già i romani avevano contatti col continente nero, che in effetti è a un passo da qui. La madre di Alessandro de’ Medici – dato che siamo a Firenze è doveroso citarla ad esempio – era africana. Quindi, come negli Stati Uniti, il nostro intento è far capire che la cultura africana non è affatto un monolite a sé stante, distinguibile nettamente dal resto. La cultura africana, oltreoceano come qui, è parte integrante della società.

Arriva il momento di congedarci. Ci diamo appuntamento per il prossimo febbraio a Firenze, in occasione di un evento fra i mille in programma. Justin riaccende il telefono, che immediatamente prende a squillare – la suoneria riproduce l’inconfondibile riff black di Higher Ground, canzone simbolo della cultura afro. Ci scambiamo un rapido sorriso d’intesa, prima di salutarci.

Justin Randolph Thompson, The Crisis of Black Intellect

Jules Maidoff Gallery – S.A.C.I., Via Sant’Egidio 14, FI

055 240 910; gallery#saci-florence.edu; www.saci-florence.edu

Mon.-Fr. 8:45 am-00:00; Sat.-Sun. 9:00 ma-00:00 – free entry

 

Black History Month, Firenze 2017, II edizione

Co-fondatore e direttore: Justin Randolph Thompson

Co-fondatore: Andre Halyard

Assistente alle Pubbliche Relazioni: Janine Gaelle

Consulente alla Comunicazione: Andrea Mi

 

Con il Patrocinio del COMUNE DI FIRENZE.

Partner: ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI; AFRICA E MEDITERANEO; AMERICAN ACADEMY IN ROME; ASSOCIACAO ANGOLANA NJINGA MBANDE; ASSOCIAZIONE TRANSAFRICA; AUDITORIUM FLOG; BOOMKER SOUND STUDIO; BRITISH INSTITUTE; CAFFÉ LETTERARIO; CINEMA ODEON; CONTAMINAFRO; CONTRORADIO; GRIOT; ISTITUT FRANCAIS; ISTITUTO DEGLI INNOCENTI; C.O.R.P.I.; COSPE; KENT STATE UNIVERSITY; KYO NOIR; LA COMPAGNIA; LE MURATE, PROGETTI ARTE CONTEMPORANEA; LE OBLATE; LIBRI LIBERI; MUSEO NOVECENTO; MUSICPOOL; NYU FLORENCE; PISA JAZZ; RISTORANTE CORNO D’AFRICA; STUDIO ARTS COLLEGE INTERNATIONAL; SANTA REPARATA INTERNATIONAL SCHOOL OF ART; STUDIO MARANGONI; SYRACUSE UNIVERSITY; TEATRO SFERA; THE FLORENTINE; TOSCANA FACTORY MUSICA; VILLA ROMANA.

 

Si segnalano, fra gli altri, i seguenti eventi:

– Presso la S.A.C.I. Gallery: dal 9 Feb. (Inaugurazione ore 19:30) fino al 2 Mar., Mostra: Infinite Receptors del borsista della Rome Prize all’American Academy di Roma Enrico Riley, sponsorizzata dall’ American Academy.

– Dal 3 Feb. al 3 Mar., Mostra: African Womanism – Video installazioni di Artiste Africane Contemporanee organizzato dal KYO Noir Gallery, presso il complesso Le Murate. Progetti Arte Contemporanea;

– Dal 3 Feb. al 3 Mar., Mostra: Film Noir de Lampedusa; Istallazione Site Specific di Clay Apenuovon sponsorizzata dall’Istitut Francais, presso il complesso le Murate, Progetti Arte Contemporanea;

– 16 Feb., ore 18:00, Conferenza Il Lavoro di borsista della Rome Prize dell’American Academy in Rome Nicole Miller sponsorizzata da NYU Florence, presso il Gabinetto Vieusseux di Palazzo Strozzi;

– 18 Feb., Concerto: The Excitements e Sabatta, presso l’Auditorium Flog.

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