AELEONORE: UN VIAGGIO IN TOSCANA ATTRAVERSO I CINQUE SENSI

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FIRENZE – La vista

L’Arno di sera, senza niente di turistico; il cavolo viola, i fichi con un buon bicchiere di Chianti, magari a guardare il tramonto su una collina qui intorno. In questo caso mi sono dedicata maggiormente al Battistero, perché vorrei che qualcuno si soffermasse su quei pavimenti, con la loro modernità, le geometrie del ‘500 che ritornano, negli anni ’60 come oggi, con la ricerca della materia pura. E qui ho pensato all’andamento dell’acqua, i vari ponti, la cupola, ma anche l’Opera del Duomo, le finestre… Anche questa però è una città chiusa, una Firenze blindata.

Questo percorso l’ho fatto perché alla fine credo che il territorio, la rintracciabilità di quello che siamo, derivi dal nostro passato. Ormai siamo talmente abituati a passeggiare per le nostre strade che nessuno si sofferma più su niente. Io cerco di far capire che la nostra cultura, il nostro DNA, deriva realmente dal territorio. Mi sento avvilita da chi deturpa ciò che ci circonda, perché per me del patrimonio, di questi milioni di pezzetti che sono stati messi nei secoli e che formano quella bellissima terra che è l’Italia, dovremmo averne maggiore cura, dovremmo raccontarlo con gli occhi moderni, di chi oggi vive un museo a cielo aperto. Ci sono davvero pochissime persone che rendono giustizia a quello che abbiamo, oggi è tutto portato al racimolare soldi, ai guadagni semplici.

Ecco, questo marchio e questo brand, con questo gruppo di lavoro formato da nove donne, non è questo.

Un foulard by Aeleonore

Un foulard by Aeleonore

La nove donne di Aeleonore. Un numero, un nome e ensemble assolutamente non banali. Abbiamo capito che qui non ci si può fermare al prodotto, c’è bisogno di scoprire qualcosa di più. Il che è perfettamente in linea col desiderio di significatività che Eleonora vuole esprimere col suo brand.

Aeleonore ha incorporata la desinenza latina Ae perché io amo le mie radici, sono italiana e molto patriottica (ride). Credo che questo sia il più bel paese del mondo, da noi tutti hanno imparato e portato via qualche pezzetto. Nove donne, e da qui il plurale in –e, perché tutte possiamo essere radicate al territorio, a partire dal passato, dagli anni ’50 e ’60, dalle sorelle Fontana, dall’artigianato vero, per una rintracciabilità vera.

Credo in gruppo eterogeneo: qui c’è chi ha fatto storia dei beni culturali, chi design, chi architettura, chi scenografia, perché solo così ognuna può dare il suo particolare apporto. Io non sono individualista ma sono per il gruppo, per l’empatia vera. E ognuno è giusto che abbia il proprio posto all’interno del gruppo, visto che ognuno di noi è un pozzo di sapere e di energia.

Nel nome Aeleonore ogni donna trova il proprio posto. Anche le eroine d’altri tempi.

Il mio primo studio è partito da Eleonora da Toledo, con le sue donne a palazzo, e anche a lei va la scelta del nome. Lei, che aveva dato la possibilità alle donne del tempo di non restare chiuse a fare i merletti, ma di aprirsi la mente. Addirittura, in alcuni quadri lei si è voluta far raffigurare con indosso non dei vestiti reali, ma modificati attraverso bozzetti eseguiti da lei stessa. Esattamente come noi utilizziamo Photoshop ed Instagram, quelli erano i selfie di allora! Quei quadri erano per loro il modo di comunicare, di far vedere al mondo chi erano, la loro potenza, che oggi esprimiamo con i social media.

Eleonora da Toledo è colei che ha portato la Firenze la storia del costume e degli abiti, portando poi la moda fiorentina nel mondo. Firenze nel Rinascimento era grande anche per lei. E il nostro Made in Italy parte da lì, dai bottegai, dal calzaiuolo, da tutta una filiera che oggi ci permette di avere nel DNA una conoscenza del prodotto talmente alta che nel mondo nessuno può averla, nemmeno i francesi. Noi abbiamo una cultura del prodotto immensa, radicata nella nostra terra e nelle nostre radici. Chiediamoci davvero l’importanza di tutti gli angolini italiani, perché da noi, in ogni angolo, a Monteriggioni come a Siena, spostandosi anche solo di 5 km, si trova un mondo completamente diverso, derivante sì dal luogo, ma anche da tutte queste persone che hanno fatto del luogo un qualcosa che va raccontato con un amore che pochi comprendono.

Gli interni della boutique Aeleonore

Gli interni della boutique Aeleonore

Sono proprio questi saperi antichi, autoctoni, che Aeleonore va ricercando, creando una filiera che diventa una vera e propria “industria artigiana”.

La ricerca di identità è quello che Aeleonore si prefigge come obiettivo. Siamo partite dai vecchi cappellai, dalle forme di legno, in un percorso fra arte, cultura, territorio. Perché coi soldi degli altri sono bravi tutti, ma nessuno si fa uno stile suo con una rintracciabilità vera. Qui ogni oggetto, vaso, poltrona, ha un pezzo della mia personalità. Niente è casuale.

Noi qui siamo un’industria artigiana, 8 artigiani che passano da Tessere che stampa i foulard a Prato; Gamma 3 che produce le borse a Vergaio; Ilsat a Quarrata, con tre ragazzi giovanissimi con i quali abbiamo studiato per otto mesi divani e forme; i fratelli Landini, con tutta la falegnameria, con i quali abbiamo fatto lo studio delle mensolature e disegni incastri per non dover mettere faretti e rendere tutto soffuso… Ed è giusto dare un nome e un valore a tutta la filiera, perché se si compra un oggetto di design si vuole vedere chi lo fa, dove viene prodotto. Qui non siamo fast fashion, siamo Slow! Addirittura abbiamo una cantina dove fare serate jazz una volta al mese, sorseggiando e mangiando eccellenze, da settembre a marzo, ritrovando l’andamento del territorio, ritrovando il passato e al contempo andando avanti verso il futuro.

Eleonora pone nuovamente l’attenzione sullo spazio della boutique, con quel che di ineffabile nell’atmosfera che da subito colpisce chiunque entri.

Questo luogo, questo spazio, che è un pezzetto della prima casa degli Strozzi, è stato voluto e cercato, è il frutto di 4 anni intensi di lavoro. Questo luogo rappresenta il nostro slogan, “partire dal passato per andare verso il futuro”. Perché nell’Italia, come nei viaggi, non ci sono né spazio e né tempo.

Non avrei mai voluto un negozio asettico, di quelli che trovi uguali in tutti gli store del brand nel mondo. Snaturare i luoghi…fa diventare tutto un supermercato. La difficoltà è rendere uno spazio, e un brand, propri, che partono dall’Italia, dalle radici, dalla propria identità.

E non c’è la cassa! Qui si deve trovare l’accoglienza, l’emozione, il racconto di una storia.

Le vetrine sono originarie degli anni 20, non ho voluto snaturare neanche quelle. E la gente qui entra e si ferma, non vuole più uscire. Ho addirittura fatto smontare l’antitaccheggio, perché secondo me dava chiusura, avevo bisogno di apertura. Come la scelta di non mettere le insegne. Ripeto: non siamo in un supermercato.

Senza dubbio questo spiega il senso di accoglienza, di non-urgenza, che si respira da Aeleonore. Ma c’è qualcosa di più, un elemento che lega insieme chiaro-scuri e geometrie, fondendoli in un ambiente che ricorda qualcosa di diverso da un semplice negozio. Chiediamo a Eleonora cosa sia, e lei sorride.

Tutto dipende dal fatto che questo è il mio sogno. Quando ho fatto architettura non c’erano design o fashion, c’era solo architettura. A 26 anni mi sono laureata con il vecchio ordinamento, 36 esami, quindi sono stata anche velocissima. L’ultimo anno ho deciso che volevo fare design navale, interni di yacht. Era il 2007, il periodo in cui c’era il boom dei mega yacht italiani. Quindi io dissi ai miei genitori: “Io una tesi normale di architettura non la faccio.” Andai dal professor Ruffilli, che ora è il direttore dell’area di design, e gli dissi che volevo fare una tesi di design navale. Lui mi rispose: “Se trovi uno studio navale che ti prende per almeno 6 mesi e ti insegna, io ti faccio fare la tesi così.”

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